un ritratto di Ockham

Il Dio arbitrario di Ockham

la lontananza del Mistero

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«Nulla infatti, meglio di un universo nominalista, si piega ai decreti di un Dio onnipotente. E Ockham non smette di ricordare che questo è il primo articolo del credo cristiano: «Credo in unum Deum, Patrem onnipotentem». L'abbiamo detto, questo non può significare che ci sia in Dio una potenza distinta dal suo intelletto e dalla sua volontà, ma, proprio perché questi non sono che dei «nomi divini», e non degli attributi, questa verità di fede significa che nulla deve essere concepito come un limite all'efficacia dell'essenza divina, anche dall'interno, come sarebbe se l'attributo «potenza», distinguendosi in sé dagli attributi «intelletto» e «volontà», dovesse regolarsi su di essi. Questo è indubbiamente il punto in cui Ockham pili profondamente assomiglia a Duns Scoto, suo avversario prediletto. Tutti e due vogliono evitare lo stesso pericolo. Essi hanno costantemente presente al pensiero il Dio Intelletto puro di Averroè, o il Dio di Avicenna, la cui volontà segue necessariamente la legge del suo intelletto. Il Dio a cui si appellano è Jehova che non obbedisce a nulla, nemmeno alle Idee. Per liberarlo da questa necessità, Duns Scoto le aveva subordinate a Dio quanto aveva potuto farlo senza arrivare a porle come create ; Ockham risolve diversamente il problema, sopprimendole. Egli supera qui di gran lunga Abelardo che delle Idee faceva invece il privilegio della conoscenza divina. Ockham sopprime la realtà degli universali anche in Dio. è anche perché non ci sono Idee in Dio che non c'è universale nelle cose. Perché dovrebbero esserci ? Ciò che chiamiamo idee non è nient'altro che le cose stesse che Dio può produrre: ipsae ideae sunt ipsae-met res a Deo producibile!. Lo si è giustamente fatto notare, Ockham conserva la parola, ma elimina nel medesimo tempo la cosa:

Ockham parla ancora di idee, ma lo storico deve spiegare che per lui, essendo Dio radicalmente semplice, non ci sono idee divine; la sua essenza non è dunque né l'origine delle idee, come per Duns Scoto, né il luogo delle idee, come per san Tommaso: qui compare, per così dire, la personalità del Dio occamista, di fronte al Dio cornista o scotista, e anche al Dio cartesiano, radicalmente semplice, ma essenzialmente attivo: causa sui. Dio è dato, e dato subito come conoscente: «ex hoc ipso quod Deus est Deus, Deus cognoscit omnia» (P. Vignaux).

Un universo in cui nessuna necessità intellegibile s'interpone, nemmeno in Dio, tra la sua essenza e le sue opere, è radicalmente contingente, non soltanto nella sua esistenza, ma nella sua intellegibilità. Le cose vi accadono in una certa maniera, regolare ed abituale, certo, ma che non è che uno stato di fatto. Non c'è niente di ciò che è che, se Dio l'avesse voluto, non avrebbe potuto essere diversamente. L'opposizione di Ockham al necessitarismo greco-arabo trova la sua perfetta espressione in un contingentismo radicale, che consiste nel considerare i problemi dal punto di vista della potenza assoluta di Dio. In un mondo greco, le prime cause non possono produrre i loro effetti ultimi che con una serie di cause intermedie: il Primo motore non agisce su di noi che con tutta la serie delle Intelligenze separate; nel mondo cristiano di Ockham, «quicquid potest Deus per causam efficientem mediatam, hoc potest immediate». In un mondo greco, l'esistenza degli effetti è necessariamente legata a quella delle cause; nel mondo cristiano di Ockham, basta che due cose siano distinte perché Dio possa far esistere l'una senza l'altra. In un simile universo, un sospetto metafisico aleggia in permanenza sulla realtà di tutti gli avvenimenti e di ciò che sembra essere il loro legame. Dubbio tutto speculativo, nel senso che esso non intacca affatto l'ordinaria condotta della vita, ma non «iperbolico» nel senso in cui lo intenderà Descartes, perché esso non è provvisorio e Ockham non ha nessuna intenzione di rimuoverlo.

Abbiamo detto che l'intuizione sensibile è il solo fondamento sicuro della conoscenza scientifica. Tuttavia, assolutamente parlando, essa non garantisce l'esistenza del suo oggetto. Si crede che essa ce ne dia garanzia perché l'oggetto è normalmente la causa di una conoscenza di questo genere; ma Dio può sempre produrre un dato effetto senza passare attraverso la sua causa seconda, e può sempre creare una cosa separatamente da un'altra; si può quindi avere un'intuizione sensibile di ciò che non esiste: “Ergo ipsa re destructa potest poni ipsa notitia intuitiva, et ita notitia intuitiva secundum se et necessario non plus est existentis quam non existentis”. In virtù degli stessi principi, Dio può fare sì che noi abbiamo l'intuizione sensibile di oggetti che non esistono.»

Da Gilson, La filosofia medioevale, pp. 782/3